Vi presentiamo i lavori vincitori del concorso fotografico “Alberi – una geografia di pieni e vuoti”
che sono stati premiati dai giudici Massimiliano Costa (biologo e ornitologo), Andrea Minchio (agrotecnico) e Filippo Venturi (fotografo documentarista e artista visivo).
Guarda la pagina con le Bio della giuria.
Terza classificata
MARGHERITA CECCHINI
Nata a Imola (1975), si diploma presso l’Istituto IED di Milano.
Ha fatto esperienza in molteplici realtà fotografiche di rilievo: dal Toscana Photographic Workshop, dove ha lavorato come assistente ai corsi e alla camera oscura, all’Archivio Fotografico di Bologna, dove ha curato l’archivio e relative mostre. Ha inoltre collaborato a numerose campagne pubblicitarie e fotografiche, dal 2020 in modo stabile come fotografa per la “Nuova libra editrice”. Parallelamente sviluppa progetti personali e mostre.

Through the Looking-Glass
Il titolo è quello del secondo libro di Alice nel paese delle meraviglie.
Cosa vediamo quando andiamo oltre il vetro, oltre lo specchio?
La quiete del cipresso, la maestosità della natura onnipresente appena scartiamo lo sguardo nel silenzio che la rende imprescindibile.
Seconda classificata
VALENTINA GUARDIGLI
Nata a Forlì (1977), prende in mano la sua prima macchina fotografica – una Yashika dei genitori – all’età di 6 anni.
Presidente di un’associazione fotografica di Cesena, ha partecipato a diverse mostre collettive, una personale e ha pubblicato alcuni libri fotografici.
La fotografia l’accompagna nel quotidiano e, per farla, utilizza tutti gli strumenti: dal cellulare all’analogico al digitale.




Simbiosi
La mia visione dell’ambiente urbano vira spesso su cemento e costruzioni ma col passere del tempo e pensando alla crisi climatica in atto, trovo sempre più necessaria la presenza della vegetazione, di piante e alberi.
Dobbiamo ripensare a città sempre più verdi, per necessità, ma anche per la bellezza che si viene a creare. L’intreccio tra naturale e costruito diventa simbiotico, fino a tornare indietro al punto in cui è cemento che nasce intorno al verde e non il contrario.
Prima classificata
GIULIA PENSERINI
Nata a Macerata Feltria (1997), si trasferisce a Milano per studiare Graphic Design e poi inizia a lavorare in uno studio di comunicazione.
Nonostante le soddisfazioni professionali, sente il bisogno di cambiare vita e tornare a valori più lenti e autentici. Così, si trasferisce a Ravenna, un luogo che combina storia, arte e tranquillità.
Qui, ha trovato l’ispirazione per progetti personali, sperimentando nuove tecniche e materiali e immergendosi nelle tradizioni locali.

Hotel “Piccolo”
Questo albero, avvolto in un drappeggio che sembra rinchiuderlo, soffocarlo e isolarlo dal mondo esterno, diventa un commento sulla condizione della natura nei nostri ambienti. Da un lato, la sua presenza tangibile testimonia la vitalità e la resilienza del mondo naturale, un bramoso desiderio di emergere. Dall’altro, il suo stato di soffocamento svela una realtà in cui la natura è relegata ai margini, vista spesso come un soprammobile o un semplice elemento decorativo.
La loro riduzione a meri oggetti d’arredo segnala una perdita che va al di là dell’estetica: si tratta di un impoverimento del nostro ambiente e della nostra esperienza esistenziale.
In questo scenario, l’albero diventa non solo un elemento di bellezza, ma anche un simbolo di resistenza e un appello urgente alla necessità di una coesistenza più equilibrata e armoniosa con la natura.
CATEGORIA OFF
MARTINA ASIOLI (Forlì, 1984)

Nei secoli dei secoli. Amen
Testimone del passaggio del tempo, albero più grande della città: il Ficus gigante di tipo Magnoloides è un albero monumentale appartenente al comune di Lecce che ha trovato il suo habitat naturale all’interno del recinto dell’ex conservatorio di Sant’Anna.
Altezza stimata 18 m circa, per una circonferenza di 800 cm. Questo albero antichissimo ha un’età compresa tra i 400 e i 500 anni, probabilmente antecedente all’ex conservatorio stesso.
La maestosità e la fierezza con cui il Ficus si erge – da secoli – tra le mura del palazzo attiguo, senza perderne in bellezza, senza sottrazione d’imponenza, rappresentano l’incastro perfetto tra uomo e natura, una danza dove tutto è armonia e incontro. Nei secoli dei secoli. Amen.
EMMA GRAZIANI (Lugo, 1997)

Attraversamenti umani
Questa immagine, realizzata a Reggio Emilia, sul torrente Crostolo, riassume visivamente alcuni pensieri.
L’immagine riflessa unisce acqua, terra, cielo e alberi, in un percorso in salita di convivenza tra natura e uomo, il cui intervento è visibile.
L’albero ha bisogno dell’acqua, ci fornisce l’aria, ha radici nella terra. L’uomo ha bisogno di tutto ciò ma ne è sempre meno consapevole.
L’immagine distorta del cartello dell’attraversamento pedonale simboleggia la cautela con cui l’uomo dovrebbe interagire con la natura, ma che non ha ancora messo a fuoco.
LORENZO LINTHOUT (Verona, 1974)

Necessità di solitudine
Ho scattato questa immagine al termine di una lunghissima giornata in bicicletta, un percorso di quasi 80 km che mi ha portato a girare attraverso la campagna attorno a Chalon su Saone (Francia).
ANDREA MARABINI (Ravenna, 1991)

Fico quel blocco di cemento
Su quale fosse la funzione di quel blocco di cemento possso solo pormi una serie di domande.
- Essendone presente più di uno e a cadenza regolare, come punti che con tono perentorio dissipano l’illusione di discrezionalità di una serie di disposizione regolamentari, il blocco poteva fungere da unità di misura del fondo agricolo;
- non essendo possibile scorgere dietro, come una quinta teatrale di uno spettacolo non ancora iniziato oppure già concluso, la funzione del blocco poteva essere in qualche modo legata all’irrigazione del campo e quindi di allaccio per qualche pompa o tubo.
Qualunque fosse la funzione attribuita, il blocco di cemento esisteva in funzione di qualcos’altro, e neppure direttamente. La natura non si pone queste nostre inutili domande, ma fluisce continuamente col suo scorrere costante.
Grazie al cemento caldo, alla mancanza di luce diretta e all’acqua stagnante, il fico trova un buon posto in cui germogliare e crescere; nonostante il cemento caldo, la mancanza di luce diretta e l’acqua stagnante, il fico riesce a farsi spazio nel mondo, divelte la culla divenuta gabbia e ora svetta su di essa.
Il blocco di cemento non ha più bisogno di vivere in funzione di qualcosa; come virgole che accarezzano i versi di una leggiadra poesia, come una quinta teatrale che lascia ammirare uno straordinario spettacolo, il blocco di cemento e l’albero di fico sono insieme semplicemente e meravigliosamente vita.
MAURO POLTRONERI (Modena, 1964)





Lungo il fiume
La mia osservazione si è concentrata lungo il fiume dove sono presenti manufatti destinati all’agricoltura o la cura degli orti. in questo ambito la presenza degli alberi è ancora fondamentale, come sostegno delle strutture create dall’uomo.
Gli alberi vengono utilizzati non a fini ornamentali come avviene in città, ma sfruttati a seconda del bisogno umano e come in una sorta di tacita collaborazione.
ROSALIA RAINERI (Piazza Armerina EN, 1989)





The trees no longer know the song of their people
Il mio quintetto di foto aspira a evidenziare la solitudine degli alberi come il riflesso della loro presenza decrescente nella nostra società, anche in contesti in cui gli uomini tentano di preservare gli habitat naturali.
Da qui una domanda: se da un lato noi umani possiamo dirci felici di avere, se fortunati, dei parchi sotto casa, viceversa, se la comunicazione tra noi fosse fattibile, gli alberi si direbbero altrettanto contenti di scoprirsi circondati da palazzi e strade? I parchi somigliano più a dei recinti per loro, concessi magnanimamente dall’umanità alla natura.
Tra rovine, gru, veicoli e calcinacci, gli alberi crescono spesso da soli, senza altri alberi con cui far cantare insieme i propri rami al vento. Anche quando sono in compagnia, di qualche loro simile e di pali della luce, cinti da un localizzato lembo di verde, il loro orizzonte è un mare di cemento che abbraccia tutto il loro campo visivo.
I nostri silenziosi testimoni dei cambiamenti del nostro pianeta, gli alberi, non conoscono più il canto del proprio popolo.

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